La domanda sbagliata è "quanto costa il self-hosting?"

Tutti chiedono quanto costa fare da soli. Nessuno chiede quanto costa non farlo. Il modo in cui formuli la domanda determina la risposta che trovi — e qualcuno ci conta.

La domanda sbagliata è "quanto costa il self-hosting?"

Tutti chiedono quanto costa fare da soli. Nessuno chiede quanto costa non farlo. Il modo in cui formuli la domanda determina la risposta che trovi, e qualcuno ci conta.

Il preventivo che nessuno chiede

Ogni volta che presento un progetto di migrazione, la prima domanda è sempre la stessa. Sempre. "Quanto costa?"

Non "quanto costa restare dove siamo". Non "cosa rischiamo". Non "chi controlla i nostri dati adesso".

Quanto costa.

Lo capisco. È la domanda più naturale del mondo. Marco. il commercialista tipo a cui parlo spesso... ha un budget, ha delle priorità, deve giustificare ogni spesa ai soci. Quando gli dico che possiamo spostare la posta, i documenti e il gestionale su infrastruttura sotto il suo controllo, la prima cosa che fa è prendere la calcolatrice.

Ed è esattamente il momento in cui perde la partita. Perché la domanda è sbagliata.

Il frame invisibile

George Lakoff, linguista di Berkeley, ha passato trent'anni a studiare una cosa semplice e devastante: il modo in cui formuli una domanda determina il campo delle risposte possibili. Lo chiama framing; la cornice che metti intorno a un problema prima ancora di analizzarlo.

Se chiedi "quanto costa il self-hosting?", hai già deciso che stai aggiungendo una spesa. Stai confrontando un costo nuovo con il costo attuale. E il costo attuale sembra basso, familiare, gestibile. Dodici euro a utente al mese, per Microsoft 365. Che sarà mai.

Ma quella cornice nasconde tutto il resto.

Nasconde che quei dodici euro erano nove due anni fa. Che l'anno prossimo saranno quindici, con un "Copilot" che nessuno ha chiesto e nessuno usa. Che i termini di servizio sono cambiati quattro volte in tre anni, e ogni volta il perimetro di ciò che Microsoft può fare con i tuoi dati si è allargato. Che il CLOUD Act, una legge americana del 2018: dà al governo USA il diritto di accedere ai dati ospitati da aziende americane, ovunque siano fisicamente i server.

Nasconde che non stai comprando un servizio. Stai pagando un affitto. Su qualcosa che non è tuo.

La domanda giusta

La domanda giusta è un'altra: quanto costa NON possedere i tuoi strumenti?

Fermiamoci un secondo.

Questa non è retorica. È un calcolo che ho fatto decine di volte con i clienti, carta e penna, numeri veri. E il risultato sorprende sempre.

Prendiamo uno studio come quello di Marco. Quindici persone. Microsoft 365 Business Premium. Oggi paga circa 3.200 euro l'anno. Fra tre anni, con gli aumenti già annunciati e l'AI forzata nei piani, sarà sopra i 4.500. Fra cinque anni... nessuno lo sa. Perché le regole le decide qualcun altro.

In cinque anni di affitto: oltre 20.000 euro. In dieci: oltre 50.000. Per qualcosa che: il giorno in cui smetti di pagare, scompare. I tuoi file, la tua posta, il tuo archivio. Tutto.

Non è un investimento. È un canone su un edificio dove non hai le chiavi e il padrone può cambiare la serratura quando vuole.

Quello che costa davvero, e cosa vuol dire "fai da te"

Qui molti, anche nel mio settore, non dicono le cose come stanno. E anche la terminologia non aiuta.

Quando si parla di "self-hosting", la maggior parte delle persone immagina un server nell'armadio dell'ufficio. Cavi, ventole, un UPS che lampeggia. Roba da sistemista con la barba e occhiali, quelli da nerd.

In realtà quel modello ha senso in pochissimi casi. Serve una connettività seria, un locale adeguato, un piano di continuità elettrica. Per uno studio da quindici persone è quasi sempre sovradimensionato.

Quello che per la maggioranza dei casi serve è un self-hosting su server dedicato in un datacenter europeo. Il server è tuo, nel senso che lo gestisci tu (o il tuo consulente). I dati sono tuoi, nel senso che nessun fornitore cloud può accedervi, modificarli o cancellarli. Ma sta in una struttura professionale, con ridondanza elettrica, connettività garantita e sicurezza fisica che il tuo ufficio non avrà mai.

È sempre self-hosting. Nel mondo della sovranità digitale la parola non significa "server nell'armadio". Significa chi controlla lo stack: chi installa il software, chi ha accesso root, chi decide dove stanno i dati e come vengono protetti. Se sei tu, è self-hosting. Che il server stia nel tuo ufficio o in un datacenter a Francoforte, cambia la bolletta elettrica, non il principio.

Se proprio vogliamo essere precisi:

  • Self-hosting on-premises: hardware fisicamente nella tua sede. Ha senso per chi ha volumi importanti, connettività dedicata e un motivo regolatorio per tenere tutto in casa. Casi rari.
  • Self-hosting in datacenter: server dedicato o VPS in una struttura professionale, con pieno controllo amministrativo. È il caso più comune, e quello che consiglio nella stragrande maggioranza delle situazioni.

La differenza con Microsoft o Google non è dove sta il server. È chi ha le chiavi.

Con il self-hosting, in qualunque forma, le chiavi sono tue. Puoi cambiare datacenter, cambiare consulente, cambiare software. Nessuno ti vincola. Con Microsoft 365, le chiavi sono di Microsoft. E non te le danno.

Chiarito questo, parliamo di numeri.

Per lo studio di Marco, una migrazione completa, posta, documenti, calendario, comunicazione interna, può costare tra i 5.000 e i 10.000 euro il primo anno, inclusa l'infrastruttura e il supporto. Gli anni successivi, tra i 2.000 e i 3.000.

Non è meno. A volte è di più.

La differenza è cosa ottieni in cambio.

Affitto contro proprietà

Nel 1998, quando ho aperto la mia prima partita IVA, il mio commercialista; un tipo vecchia scuola, sigaretta sempre in bocca e registri cartacei, mi disse una cosa: "Alberto, il canone è la droga delle aziende. Ti sembra poco ogni mese, ma dopo dieci anni hai pagato un appartamento e non hai neanche le chiavi del portone."

Parlava degli uffici in affitto. Ma il principio è identico.

Con Microsoft 365 paghi un canone che sale ogni anno, per qualcosa che non controlli, che può cambiare le regole quando vuole, e da cui non puoi uscire senza costi enormi. Il lock-in: cioè l'impossibilità pratica di cambiare fornitore senza perdere dati, tempo e soldi: è il vero prodotto. Non la posta elettronica.

Con un server dedicato gestito da te paghi, magari la stessa cifra, magari di più. Ma sai esattamente cosa paghi. I dati sono tuoi. I backup sono tuoi. Se domani vuoi cambiare consulente o datacenter, prendi tutto e te ne vai. Nessun riscatto.

Uno è un affitto. L'altro è un investimento.

Il costo che non sta nel preventivo

C'è un terzo costo che nessuno mette nel foglio Excel: il costo della dipendenza.

A novembre 2024, Microsoft 365 è stato offline per circa 33 ore. Trentatré ore in cui migliaia di studi, aziende, professionisti non potevano lavorare. Posta ferma. Documenti inaccessibili. Calendario sparito. Trentatré ore a guardare una pagina di stato che diceva "stiamo lavorando per risolvere il problema".

Quanto è costato?

Non lo trovi nel preventivo. Non lo trovi nel confronto dei costi. Ma è reale. E non puoi farci niente... perché non hai le chiavi.

Riformulare la cornice

Non sono qui per dirti che devi migrare domani. Non tutti devono farlo. Non tutti possono farlo. E chiunque ti dica il contrario probabilmente ti sta vendendo qualcosa (e sì, anche io vendo servizi di migrazione; ma preferisco un cliente che sceglie consapevolmente a uno che si pente dopo sei mesi).

Quello che ti chiedo è più semplice: cambia la domanda.

Non "quanto costa il self-hosting?"

Ma: "Quanto mi costa, ogni anno, non possedere i miei strumenti? E tra cinque anni? E tra dieci? E se un giorno volessi uscire... potrei?"

Lakoff ha ragione: la cornice determina la risposta. Se guardi il self-hosting come un costo, vedrai sempre un numero troppo alto. Se lo guardi come la fine di un affitto infinito su qualcosa che non è tuo... il numero cambia. E la decisione cambia con lui.

La domanda giusta è già metà della risposta. L'altra metà sta a te.

Fonti

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