Il cloud non è una nuvola. È un capannone che beve come una città.
La prima volta che sono entrato in un datacenter, ho smesso di dire 'cloud'. Un capannone industriale, ventole che spingono aria a ciclo continuo, un consumo d'acqua che farebbe impallidire un paese. Ecco cosa c'è dietro i tuoi file 'in cloud'.
"Mettilo in cloud." Lo diciamo con la stessa leggerezza con cui diciamo "mettilo nel cassetto". Il cassetto almeno lo vedi. Il cloud, no.
La prima volta che sono entrato in un datacenter, ho smesso di dire "cloud".
Era a Perugia, in Umbria. Un collega che ci lavorava mi aveva invitato a vedere dove giravano effettivamente i server come quelli che affitto da anni. Mi aspettavo una sala pulita, silenziosa, con lucine blu in fila. Quelle che vedi nelle foto stock.
Quello che ho trovato era un capannone industriale. Non in senso figurato. Un capannone. Corridoi di armadi metallici alti due metri, ventole industriali che spingono aria a ciclo continuo, un rumore sordo che ti entra nelle ossa dopo cinque minuti. L'aria era secca al punto che mi si è screpolato il labbro inferiore nel tempo di una visita. E faceva freddo, un freddo artificiale, mantenuto con precisione maniacale perché ogni grado in più significa server che rallentano.
Ho guardato quei corridoi e ho pensato: qui dentro ci sono le foto delle vacanze di qualcuno. Le email di uno studio legale. I fascicoli di un commercialista. Le cartelle cliniche di un ospedale. Tutto impilato in armadi che ronzano ventiquattr'ore su ventiquattro, raffreddati da sistemi che consumano acqua come un paese.
Da quel giorno, quando un cliente mi dice "tanto è in cloud", gli chiedo: sai cos'è un capannone?
Consumo idrico dei datacenter: i numeri che non trovi in fattura
Un singolo datacenter di Google a The Dalles, in Oregon, consuma tanta acqua quanto una città di 30.000 abitanti. Non in un anno eccezionale. Come routine. Ogni giorno. I server generano calore, il metodo di raffreddamento più diffuso è quello evaporativo: acqua nebulizzata che evapora per assorbire il calore. A livello globale, i datacenter consumano circa il 2% dell'elettricità mondiale (dato IEA, 2024). Due percento suona poco finché non realizzi che è la stessa fetta di energia di interi settori industriali.
Ma il numero che mi ha fatto davvero effetto è un altro. Con l'esplosione dell'intelligenza artificiale generativa, ogni query a un modello linguistico consuma ordini di grandezza più energia di una ricerca Google tradizionale. Ogni immagine generata, ogni risposta elaborata aggiunge carico a quei capannoni. Che devono diventare più grandi. Che devono bere di più. Che nessuno vede perché si chiamano "cloud".
Il marketing linguistico è stato un capolavoro. Chi ha scelto quella parola sapeva esattamente cosa faceva: dissociare il servizio dalla sua realtà fisica. Nessuno direbbe con entusiasmo "ho spostato tutte le mie foto in un capannone industriale in Virginia che consuma l'acqua di una cittadina". Ma "le ho messe in cloud" suona pulito, leggero, moderno.
Il cloud è più efficiente dei server locali?
La controargomentazione è solida e va presa sul serio.
Un datacenter progettato da Google o Microsoft, con ingegneri dedicati all'ottimizzazione termica, con Power Usage Effectiveness sotto 1.2, consuma meno energia per operazione rispetto al server che potresti tenere sotto la scrivania. Per unità di calcolo, il cloud centralizzato è più efficiente. Questo è un fatto.
Il problema non è l'efficienza unitaria. È la scala.
Se hai un'auto che fa 30 km con un litro ma la usi per fare 300.000 km all'anno, il consumo totale esplode. È il paradosso di Jevons applicato all'informatica: più una tecnologia diventa efficiente, più la usiamo e il consumo complessivo aumenta. Quando ogni app sincronizza ogni dato in tempo reale, quando ogni azienda migra ogni servizio, quando il backup automatico del telefono carica ogni foto scattata per errore, l'efficienza per operazione non compensa il volume.
Impatto ambientale del cloud: il dilemma senza risposta facile
Gestisco server dedicati in datacenter sparsi in tutta Europa, dall'Italia, passando per la Germania e finendo in Finlandia e Islanda. Ci faccio girare servizi per i miei clienti. Quando qualcuno mi chiede "ma allora tu sei più sostenibile di chi usa AWS?", la risposta sincera è: non lo so.
So che i miei server non scalano automaticamente. Il vincolo fisico di una macchina dedicata mi obbliga a fare scelte: questo servizio deve girare sempre o posso spegnerlo di notte? Un backup ogni sei ore è sufficiente invece di uno continuo? In un certo senso, il limite diventa disciplina.
Ma non ho la minima idea di quale sia il PUE del datacenter di Hetzner a Falkenstein. Non so quanta acqua consumino i loro sistemi di raffreddamento. Non ho accesso a quei numeri. E questo mi mette nella stessa posizione dei miei clienti con Microsoft: mi fido di qualcun altro.
La differenza, forse, è che io so di fidarmi. So che i miei file non fluttuano in una nuvola ma occupano spazio fisico, consumano energia reale e richiedono acqua vera. Questa consapevolezza cambia il modo in cui decido cosa metterci dentro. Non cambia la realtà fisica. Cambia me.
Perché continuiamo a dire 'nuvola' per un capannone industriale
L'altro giorno un cliente mi ha mostrato la sua dashboard di OneDrive. Settecento gigabyte. "Che ci hai dentro?" gli ho chiesto. Non lo sapeva. Backup automatici di app disinstallate, foto del 2014 mai più aperte, duplicati di duplicati. Ogni gigabyte è un frammento di capannone industriale che lavora per lui, ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Per file che non guarderà mai più.
Non sto per dire che il cloud è il male. Lo uso. Ci lavoro. Ci guadagno. Sto per dire una cosa più scomoda: non sappiamo cosa costa davvero quello che ci sembra gratuito. Non in euro. In acqua, energia, suolo occupato, calore disperso. E finché lo chiamiamo "cloud" non lo sapremo mai, perché le nuvole non hanno bisogno di elettricità.
I capannoni sì.
Fonti
- IEA, Data Centres and Data Transmission Networks, 2024
- Google data center The Dalles, consumo acqua, Oregon Public Broadcasting, luglio 2022